Le NAVA, nuove attività a valore aggiunto, potrebbero sostituire il Reddito di Cittadinanza (RDC) premiando il merito e il talento delle persone veramente disposte a mettersi in gioco e con voglia di lavorare.
È possibile convertire il RDC o, meglio, dirottare i miliardi in palio verso uno strumento che premi chi abbia voglia di fare e abbia maggiori probabilità di alimentare il tessuto produttivo locale?
È possibile farlo a costi molto minori, se non addirittura nulli?
Vediamo, con un caso reale, quali sono le difficoltà dei piccoli imprenditori che si possono trasformare in grandi opportunità per il tessuto produttivo italiano
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Qual è la soluzione al mezzo fallimento del Reddito di Cittadinanza?
Il RDC non ha attivato la leva del moltiplicatore sociale perché è stato impostato come un sudicio e non come un incentivo alla creazione di valore.
Tuttavia, anche di fronte alle migliaia di persone che hanno approfittato del Reddito di Cittadinanza per ricevere redditi immeritati o non reinvestiti nel lavoro, la soluzione non è l’abolizione del reddito stesso, ma il cambiamento degli obiettivi.
Economia spiegata facile anche questa volta è per la terza via, ovvero per una soluzione intermedia che vada a premiare le persone volenterose e allo stesso tempo crei uno strumento auto sostenibile nel tempo che metta equità al posto delle disuguaglianze e lavoro al posto del parassitismo.
Una storia vera per inquadrare il discorso
Lei è N, lavora da 25 anni nell’alta moda, ma sente che è tempo di mettersi in gioco con un progetto parallelo che, chissà, magari un giorno diventerà tutto suo. C, invece lavora nella grafica e nella comunicazione e nel design di moda da una vita. Vanta crediti presso clienti ed ex datori di lavoro che superano gli n. mila euro che chissà se vedrà mai. È scoraggiato e non cerca nemmeno più nuovi clienti.
La tendenza è essere pagati sempre meno e spesso di subire degli insoluti che recuperare per vie legali costerebbe 10/15 volte più del consuntivo delle fatture.
La sua è una situazione che lo sta portando al confine dell’abbandono del lavoro, come molti disoccupati che spariscono dalle statistiche di chi cerca lavoro.

Hanno entrambi 45 anni. Insieme hanno in mente un’idea che pare possa funzionare. Un piccolo brand di vestiario in stile retrò di alta qualità in cui mettere tutte le loro competenze e la passione per il lavoro. Da una loro ricerca di mercato risulta che la potenziale clientela supera le aspettative. In Italia e all’estero c’è una crescente richiesta del tipo di abbigliamento che hanno in mente.
Producono un piccolo campionario e lo mostrano nei locali di tendenza e alle feste nel settore su cui intendono condurre il loro esperimento commerciale, senza disdegnare i mercatini del fai da te e delle manifestazioni musicali affini al loro stile.
Il riscontro è persino superiore alle aspettative e decidono di fare una piccola produzione da testare a livello commerciale.
Sfruttano le loro abilità per progettare e ottimizzare i capi e per creare un vero e proprio brand: logo, comunicazione, sito con tanto di negozietto online. Tutto lavoro fatto in proprio che gli fa risparmiare una decina di migliaia di euro.
Un brand che promette bene
Il brand piace e con il loro lavoro sui social nell’arco di poche settimane hanno già attirato l’attenzione da parte di attività sospette provenienti dalla Cina che hanno tutta l’aria di essere del tipo che ti clonano il marchio e ti scippano il lavoro costruito con fatica.
Fanno delle indagini tramite un amico a Taiwan ed effettivamente risulta essere proprio il caso di queste società, talvolta mascherate da imprese americane, che si prendono il tuo know-how e ti ricompensano con una mancetta, mentre nel frattempo si sono registrate il tuo marchio e di fatto ti trasformano in una loro proprietà.
Ma il marchio di N e C è nuovo ed è nato dal basso; non ha ancora dimostrato di valere la spesa per la registrazione del marchio a livello internazionale e, sopratutto, non ci sono i fondi necessari per farlo.
Infatti, trattandosi di capi di fascia medio-alta il pubblico non è tutto disposto a puntare a occhi chiusi spendendo più di quanto pagherebbero in un negozio un capo, benché di solito a quel prezzo si acquisti abbigliamento fatto in Cina o in Thailandia. Si limitano a guardare il cartellino del prezzo. Fanno tanti complimenti, vorrebbero comprare, ma non hanno i mezzi economici per farlo.
Complessivamente l’esperimento svolto “underground” frutta gli incassi sufficienti ad iniziare ad ammortizzare i costi iniziali, ma non ancora ad investire sulla protezione del marchio e neanche per aumentare la produzione.

I primi risultati commerciali
La spesa fino ad ora sostenuta è di circa 12.000 euro complessivi, che hanno creato dal nulla un piccolo valore, di oltre 25.000 euro.
I ricavi sono intorno ai 7.000 che, tolte le spese per partecipare agli eventi, gli spostamenti per produrre i vari pezzi della collezione, la periodica stiratura dei capi, ecc. si riducono a circa la metà.
Hanno venduto solo una parte del campionario e hanno visto crescere l’interesse e l’entusiasmo dei clienti che stanno rilasciando ottime recensioni in varie lingue; quindi conservano il valore dell’investimento iniziale che maturerà nel vendite future.
Anche se ancora allo stadio embrionale, l’idea di N e C ha già dimostrato di poter creare lavoro e di poter continuare a farlo in prospettiva per i venditori dei tessuti e degli accessori come i bottoni, per i prototipisti, per il tagliatore dei tessuti, per i sarti del laboratorio artigianale, per la piccola serigrafia artigianale che ha stampato sacchi tasca ed etichette, per la tipografia che ha stampato il materiale promozionale.
Complessivamente il progetto ha creato reddito per almeno 18 persone.
Ora i due incontrano la prima sostanziale difficoltà. I clienti chiedono più varietà di tessuti e di scelta dei capi, chiedono taglie più piccole e più grandi rispetto a quelle proposte con il campionario sperimentale.
Occorre reinvestire parte degli incassi se non tutto nella nuova produzione per soddisfare le richieste e portare ad un livello superiore il test sulla start-up.
Non sanno ancora se avranno successo, ma che la collezione necessiti di un ampliamento, lo sapevano già dall’inizio.

I colli di bottiglia che soffocano il business
Quando è ora di mettersi a commerciare il loro brand capiscono che l’unico modo è proporsi come hobbisti, perché aprire una attività commerciale, per quanto in proprio, costerebbe la bellezza di 3.600€ all’anno a testa di INPS solo per aprire la posizione fiscale come artigiani.
Se aprono la posizione fiscale il capitale accumulato con le prime vendita verrà del tutto cancellato e non rimarrà un solo euro per creare all’ampliamento della collezione. Ma se non lo fanno incontreranno difficoltà a proporsi in pubblico, con la spada di Damocle della finanza sempre incombente sulle loro teste.
Inoltre gli hobbisti non sono visti di buon occhio nei mercati del vintage più importanti, dove esserci farebbe la differenza.
Occorre promuoversi in rete, ma anche questo ha un prezzo e non necessariamente gli corrisponde un ritorno commerciale.
Occorre prevedere l’affitto di un magazzino e magari l’assunzione di personale amministrativo o logistico. Sì insomma, si tratterebbe di creare nuovo lavoro.
Allora come e cosa fare?
Servirebbe poter crescere senza incorrere nella certezza di morire prima ancora di essere partiti e la normativa attuale non lo prevede.
In più bisognerebbe registrare il marchio per tutelarlo sul mercato dalle contraffazioni e dallo sfruttamento indebito del loro duro lavoro di costruzione del brand, visto che sono già finiti sotto la lente dei cinesi.
Servirebbero investitori, ma le banche non li finanzieranno mai, per via delle regole di Basilea 3; gli investitori non puntano sui quarantenni e poi siamo sicuri che contrarre debiti con un ente invece che un altro comporti tutta questa differenza?
Ma poi perché aprire una posizione INPS quando N ha già il suo lavoro e C conduce la propria attività con la partita IVA in un settore neanche tanto diverso, visto che lavora anche come designer nella moda?

Tutto sommato, anche sul loro progetto personale, stanno svolgendo compiti di consulenza alla produzione e alla comunicazione. Non costruiscono fisicamente il prodotto, ma lo producono intellettualmente. Se potessero lavorare fin da subito alla luce del sole potrebbero scaricare le spese, l’IVA e quindi acquistare i tessuti dai produttori, anziché reperire quello che trovano dagli stocchisti e nelle botteghe a costi di negozio invece che a prezzo di produttore!
Cosa avverrebbe se lo Stato investisse nel lavoro come quello creato da N e C invece che nell’assistenzialismo? E se convertisse la spesa destinata al RDC (invece di abolirlo) in finanziamenti magari potenziati con crediti fiscali aggiuntivi che vadano gradualmente a sostituire i finanziamenti da destinare allo sgravio di tutte le spese in tasse e in versamenti previdenziali che soffocano le attività sul nascere?
Se N e C potessero avere il tempo necessario di costruire il loro progetto in sicurezza, alla luce del sole e magari con un partner al fianco invece che un controllore costantemente alle loro spalle, ciò non creerebbe occupazione e un primo passo indietro verso le produzioni interne, ora che la globalizzazione è entrata in crisi ed occorre tornare a produrre a casa nostra?
È ipotizzabile un patto tra Stato e artigiani per fare un “cartello” del Made in Italy 100% reale?
Gli inoccupati sono a perdere e diventano un costo.
Possiamo trasformare questi “vuoti a perdere” in risorse e in una scorciatoia verso un nuovo mercato interno, proprio mentre il commercio internazionale da cui dipendiamo sta crollando?
NAVA = nuova attività a valore aggiunto
Proviamo a dargli un nome: nuove attività a valore aggiunto; in un acronimo, NAVA.
N e C Hanno appena creato a 45 anni una sorta di start-up della moda. Non una cosa sulla carta, di quelle che nel 90% dei casi chiudono entro pochi anni. La loro è una attività concreta e testata, capace di creare lavoro per molte persone e in grado di creare valore concreto, eppure il loro principale problema è sfuggire alle regole e alle gabelle invece di concentrarsi sulla realizzazione del loro piano.
È una nuova attività a valore aggiunto come le tante che, come qui nel Nordest potrebbero nascere anche in Campania, un’altra Regione di grande tradizione sartoriale, dalle ceneri del RDC. Anche lì centinaia di piccole aziende hanno chiuso lasciando sulle spalle della collettività il peso del Reddito di Cittadinanza dato a chissà quanti potrebbero essere messi nelle condizioni di fare come N e C se avessero le spalle coperte per quei 3/5 anni necessari a rimettersi in pista.
Riceverebbero quei contributi sostituivi del RDC per creare la propria attività, per andare via via a regime magari sostenuta con crediti fiscali con i quali andare a costo zero per lo Stato sino a quando non diventino autosufficienti o almeno per un certo periodo?
Quei soldi andrebbero ad alimentare il tessuto produttivo locale fatto di altri tessutai, artigiani, piccole serigrafie, prototipisti, ecc.
Come normare le NAVA?
Si è fatto un gran parlare di come il Reddito di Cittadinanza avrebbe creato posti di lavoro facendo leva sui talenti delle persone emarginate dalla crisi economica; una cosa che non s’è proprio vista. Non si è realizzata perché è diventata una forma assistenziale che non andava a premiare il merito e le capacità reali.
Quella delle NAVA è una proposta per trasformare i fondi per il RDC in lavoro reale e di valore.
Come per la moda, lo stesso progetto delle NAVA potrebbe essere adattato ad altri settori che oggi non vengono baciati dalla moda delle start-up. Le NAVA darebbero lavoro a quanti rimangono tagliati fuori dall’automazione nelle fabbriche, dalla delocalizzazione o dalla chiusura delle aziende e dal crollo dell’economia.
Come attuare un’idea del genere? Qual è l’incubatole che dobbiamo inventare per mettere all’opera quei tanti che hanno il talento sotto chiave?
- Cancellando l’assurda spesa di 3.600€ solo per aprire una attività artigianale anche senza fatturare un solo euro?
- Detassando un primo scaglione di reddito e aumentando progressivamente i successivi?
- Creando gli sgravi fiscali e aiutare i piccoli artigiani ad aprire una attività capace di crescere e di consolidarsi?
- Assegnando un contributo economico di partenza?
- Assegnando dei crediti fiscali?
- Creando un codice ateco e delle partite iva ad hoc?
- Abbassando l’IVA come per le partite IVA all’estero, in modo da ridurre i costi finali al consumatore?
- Creando dei patentini aziendali oppure individuali che certificano le NAVA?
- Limitando tale possibilità a 2/5 micro imprenditori per evitare che vi sia una speculazione fraudolenta da parte dei furbetti, magari tramite gli immancabili prestanome che chiudono una azienda e ne aprono un’altra tale e quale per sottrarre risorse al sistema?
- Verificando che i fannulloni non possano entrare nel meccanismo?
E come normare questo comparto e come legare imprenditori artigiani con lo Stato con l’obiettivo di proteggerli anche contro il copia incolla dei loro brand in Cina ed estremo oriente in generale?
- Come rendiamo redditizio, ovvero sostenibile per lo Stato questo investimento sul presente e sul futuro?
- Come rendiamo vantaggioso uscire dal lavoro nero o dalla rassegnazione di non avere possibilità di reintegro nel mondo del lavoro?
- Come trasformiamo un settore in perdita, come quello della disoccupazione in un comparto produttivo?
- In che modo potremmo sfruttare la leva del moltiplicatore fiscale per lanciare questo progetto senza gravare troppo a lungo o addirittura non pesare affatto sullo Stato?
- Con quale moneta alimentarlo?
- Come creare la partnership virtuosa tra pubblico e privato?
- Come rendere accessibile il NAVA ai piccoli potenziali imprenditori e allo stesso tempo renderlo agevole, rapido ma efficiente, senza creare mostri e carrozzoni burocratici o permettere a banche e organismi conto terzi di lucrare o sottrarre risorse al sistema?
- Su quali basi e con quali sistemi selezionare i progetti effettivamente realizzabili invece di accontentare tutti, purché si presentino a ritirare i soldi?
Vantaggi della proposta
Il Reddito di Cittadinanza ha fallito perché non è riuscito ad attivare quelle competenze che venivano millantate dal Governo Cinquestelle. È servito a creare lavoro, a incentivare l’attività individuale o in gruppo dei cittadini o soltanto ad acquistare voti?
Quante persone potrebbero tornare attive e produttive con i giusti incentivi destinati a chi se li merita?
Quante potenziali attività troverebbero conveniente emergere alla luce del sole invece che rimanere in un cassetto oppure nascoste negli scantinati del lavoro nero?
Questa proposta mira a queste persone, mira a mantenere la ricchezza sul territorio e a creare nuove reti produttive locali per la creazione di qualità artigianale persino esportabile, una volta raggiunti volumi via via sempre maggiori.
Consente di risparmiare risorse, premiando il merito di chi in cambio di un aiuto è in grado di creare valore.
Crea occupazione a basso costo per lo Stato che comunque non sta incassando il contributo umano e fiscale di una sempre più grande fetta di popolazione impossibilitata a rimettersi in gioco.
Quindi lo Stato non ha nulla da perdere da una iniziativa come questa. Anzi, al contrario, ne guadagnerebbe in tutti i sensi, anche in immagine.
TI PIACE IMPARARE SENZA FARE FATICA?





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