Spagna e Portogallo crescono più dell’Italia: ma siamo sicuri che sia un miracolo?

Spagna e Portogallo crescono più dell’Italia

Con il nuovo aggiornamento dell’e-book di Economia Spiegata Facile – fresco di serata – il nostro libro si arricchisce di molte pagine in più, con nuovi argomenti e numerosi aggiornamenti. Tra i più interessanti la risposta alla domanda: Spagna e Portogallo crescono più dell’Italia: ma siamo sicuri che sia un miracolo? Ogni tanto torna la stessa accusa: la Spagna cresce, il Portogallo cresce, l’Italia invece resta ferma. Quindi, secondo la solita lettura auto-colpevolizzante, il problema saremmo noi italiani: incapaci, inefficienti, allergici alle riforme. Sì, perché se le regole europee sono le stesse e valgono per tutti, perché gli altri crescono e noi no?

La spiegazione sembra semplice: siamo tutti dentro l’Unione Europea, eppure Spagna e Portogallo corrono mentre l’Italia procede a colpi di zerovirgola. Quindi è tutta colpa nostra.

Il punto non è solo quanto cresce il PIL spagnolo, ma è capire perché cresce, con quali strumenti e soprattutto a vantaggio di chi.


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Le stesse regole, ma applicate in modo opposto

Quando si paragona l’Italia alla Spagna o al Portogallo, spesso si dimentica un dettaglio enorme: questi Paesi, per molti anni, hanno beneficiato molto più dell’Italia dei fondi europei.

La Spagna, dall’ingresso nella Comunità europea nel 1986, è stata per decenni una grande beneficiaria dei fondi UE. Quei soldi hanno contribuito alla modernizzazione delle infrastrutture, dei trasporti, delle città e di interi settori produttivi. Nel frattempo sull’Italia si è abbattuta l’austerità dell’equilibrio dei conti pubblici.

Il Portogallo è ancora oggi un beneficiario netto: riceve dall’Europa più di quanto versa.

L’Italia, invece, per circa trent’anni è stata contributore netto. In parole semplici: ha dato all’Unione Europea più soldi di quanti ne abbia ricevuti indietro. Poi è arrivato il PNRR, che ha cambiato temporaneamente il saldo. Ma si tratta di una parentesi straordinaria, legata alla pandemia. Non della normalità.

Quindi sì, formalmente le regole europee sono le stesse. Ma le condizioni di partenza no.

Dire che Italia, Spagna e Portogallo hanno giocato la stessa partita è un po’ come dire che due corridori fanno la stessa gara mentre uno corre con lo zaino pieno di mattoni e l’altro con il vento alle spalle.

Il ruolo degli investimenti pubblici

C’è un altro punto che raramente viene detto con chiarezza quando si dice cheSpagna e Portogallo crescono più dell’Italia: Spagna, Portogallo e Irlanda hanno spesso usato più spazio di bilancio rispetto all’Italia. Hanno sforato, investito, finanziato infrastrutture e sostenuto la propria economia. L’Italia, invece, è stata per anni ingabbiata nella logica dell’austerità, dei tagli, degli avanzi primari e del contenimento della spesa pubblica.

vincolo del 3% e patto di stabilità
vincolo del 3% e patto di stabilità – dal libro di economia spiegata facile

Naturalmente non basta spendere. Bisogna spendere bene.

E qui l’Italia ha un problema serio: sprechi, burocrazia, progetti lenti, investimenti dispersi e spesso poco strategici. Ma una cosa è dire che l’Italia deve imparare a investire meglio. Un’altra è impedirle per anni di investire davvero.

Se togli carburante a una macchina e poi ti lamenti che resti a piedi, forse il problema non è solo il motore.

Spagna e Portogallo crescono più dell’Italia in termini di PIL, ma i salari?

La Spagna è cresciuta. Questo è vero. Ma la domanda vera è: sono cresciuti anche i salari? È migliorata davvero la condizione economica delle persone?

Qui il quadro diventa meno brillante.

Il modello spagnolo si basa ancora molto su turismo, servizi, lavoro stagionale e settori a basso valore aggiunto. Sono attività importanti, ma spesso generano salari bassi e precarietà.

In altre parole: fanno crescere il PIL, ma non sempre fanno crescere il benessere dei lavoratori.

Il libro a questo punto si chiede: se il PIL cresce ma i salari no, i lavoratori spagnoli stanno lavorando per arricchire sé stessi o qualcun altro?

Una nazione può produrre di più senza distribuire meglio la ricchezza. Può attirare turisti, investimenti e capitali, ma lasciare giovani e famiglie in difficoltà.

E infatti in Spagna restano problemi pesanti: salari reali deboli, disoccupazione giovanile ancora elevata, costo delle case, negli ultimi due anni aumentate del 18% contro una crescita salariale del 3%  e una quota significativa di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale.

Altro che paradiso economico.

Quando la crescita economica non diventa benessere diffuso

Questo è il punto centrale: non basta dire “la Spagna cresce e l’Italia no”.

Bisogna chiedersi chi beneficia di quella crescita.

Se aumenta il PIL ma i salari restano bassi, gli affitti salgono e i giovani faticano a costruirsi una vita autonoma, allora la crescita esiste, ma è squilibrata che va ad arricchire alcuni settori e alcuni investitori, lasciando però indietro una parte importante della popolazione.

Il PIL è un numero utile, ma non racconta tutta la storia.

Non dice se una famiglia riesce a pagare l’affitto.
Non dice se un giovane può uscire di casa.
Non dice se il lavoro è stabile o precario.
Non dice se la ricchezza prodotta resta nel Paese o finisce nelle mani di pochi.

Per questo prendere la Spagna come modello assoluto è rischioso. È cresciuta più dell’Italia, certo. Ma anche grazie a più investimenti, più fondi europei e più spazio di manovra. E nonostante questo, molti problemi sociali restano aperti.

Il libro di Economia Spiegata Facile mette in ordine tutte le cifre della costruzione del caso spagnolo e al contempo le riflette sui numeri della povertà dilagante. Quella giovanile tra le più preoccupanti d’Europa.

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Il mito delle “riforme”

La narrazione più comoda è sempre la stessa: se Spagna e Portogallo crescono più dell’Italia è perché loro hanno fatto le riforme, noi no.

Che poi è anche falso: quante altre riforme servono dopo quella del taglio di salari e pensioni, dei contratti agevolanti le assunzioni a discapito del welfare dovrebbe fare l’Italia, più di quante non ne abbia fatte in trent’anni per parare i colpi del cambio fisso e della deregolazione dei capitali?

Ma spesso, quando si parla di “riforme”, si intende una cosa molto precisa: rendere il lavoro più flessibile, cioè più precario; cioè i compiti per casa che l?Italia ha fatto prima e “meglio” di tutti in Europa; comprimere i salari; liberalizzare; ridurre il costo del lavoro; tagliare protezioni.

Queste misure possono anche migliorare alcuni indicatori economici nel breve periodo. Ma non è detto che migliorino la vita delle persone.

Una crescita fatta di salari bassi, turismo di massa, affitti alti e lavoro fragile non è automaticamente un modello virtuoso. È un modello che va guardato con attenzione, senza farsi ipnotizzare dal solo dato del PIL.

 

La vera lezione per l’Italia

La lezione non è che l’Italia dovrebbe copiare la Spagna.

La lezione è che senza investimenti pubblici, senza infrastrutture moderne, senza politica industriale, senza salari dignitosi e senza una strategia nazionale, un Paese resta fermo.

L’Italia non ha bisogno di altri sermoni moralistici. Ha bisogno di capire quali strumenti economici servono per crescere davvero.

E soprattutto deve smettere di accettare spiegazioni superficiali.

Perché quando qualcuno dice “la Spagna cresce e l’Italia no”, sta raccontando solo l’inizio della storia. La parte interessante viene dopo: fondi europei, deficit, investimenti, salari, turismo, debito privato, casa, povertà, distribuzione della ricchezza. Che poi è l’ultima cosa che i liberisti non vogliono farsi entrare nelle orecchie…

Capire l’economia per non farsi fregare dagli slogan

Questo è esattamente il motivo per cui nasce Economia spiegata facile.

Perché l’economia viene spesso raccontata come una materia complicata, riservata agli esperti, piena di parole difficili e grafici incomprensibili, per poi ridurla a degli slogan che dovremmo credere veri. Ma molte delle leggi economico-finanziarie fondamentali possono essere spiegate in modo chiaro, senza trattare i lettori come dei bambini.

Debito pubblico, PIL, deficit, inflazione, salari, investimenti, Europa, moneta: sono temi che riguardano la vita quotidiana di tutti.

Capirli non serve a vincere una discussione al bar, anche se ogni tanto dà soddisfazione. Serve soprattutto a non farsi prendere in giro.

Perché quando sai leggere l’economia, capisci che dietro certe frasi semplici si nascondono spesso interessi molto concreti.

Economia spiegata facile serve a questo: togliere nebbia, smontare slogan e dare al lettore gli strumenti per capire cosa sta davvero succedendo.

Non promette miracoli.

Promette qualcosa di più utile: capire.

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